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venerdì 11 giugno 2010
A Fossoli avevano adibito una casa colonica a laboratorio tessile

Sei irregolari (di cui tre clandestini)confezionavano capi d’abbigliamento in una casa colonica della campagna fossolese, ‘trasformata’ in laboratorio tessile.
Il blitz degli agenti del commissariato di Polizia carpigiano, effettuato nella giornata di mercoledì, ha permesso di denunciare la concorrenza sleale messa in atto da una donna cinese, che è stata multata di 1600 euro per violazioni in materia di immigrazione.
La 41enne risultava titolare di una ditta di confezioni, ma ufficialmente non aveva nessun lavoratore alle proprie dipendenze.
Nella casa in cui vive da circa un anno insieme al figlio, in via Collettore acque basse a Fossoli, gli agenti hanno sorpreso però sei dipendenti, tutti cinesi, intenti nella lavorazione di capi tessili: tre sono risultati essere clandestini.
In particolare per uno di questi sono scattate le manette: sul suo capo pendeva infatti un ordine di allontanamento dal territorio nazionale emesso dal Questore di Bologna nel 2007.
Nei confronti degli altri due clandestini è stato adottato il provvedimento di espulsione, mentre a carico della titolare dell’attività sono state avviate procedure di verifica in materia contributiva e del lavoro (nonostante non risultasse, infatti, aver mai assunto alcun dipendente, la ditta ha lavorato solo negli ultimi mesi migliaia di capi d’abbigliamento).
Gli altri tre, due uomini e una donna, sono entrati in Italia e hanno chiesto la regolarizzazione come ‘colf/badanti’; tutti hanno il domicilio in provincia di Milano.
L’intera operazione è scattata grazie ad un’intuizione degli agenti del commissariato di via Marx: le dimensioni della struttura a disposizione della coppia, oltre 400 mq di immobile, ed il fatto che la ditta non avesse alle proprie dipendenze alcun lavoratore, ha avviato la verifica da parte degli uomini della Polizia di Stato.
La campagna si sta svuotando e rischia di diventare un ricettacolo di attività illegali come quella appena individuata: «Anche questa operazione - commenta la nota della Polizia - conferma che l’immigrazione irregolare, si è spostata dalla città a zone periferiche, spesso in locali difficilmente individuabili perché posti in mezzo alla campagna, nella vana speranza che in dette zone siano più sporadiche le verifiche di legalità».

Daniele Franda

(fonte: ModenaQui)

3 commenti:

Lorenzo Paluan ha detto...

E a me sorge un dubbio: non è che magari questi lavorano pure per qualche marchio, magari pure rinomato, magari passando da un altro sub fornitore prima di arrivare a questo sub sub fornitore?
E chissà questo grande marchio quanto paga al pezzo ai suoi subfornitori e subsubfornitori...

Insomma, 'sti cinesi che lavorano in nero (e che è bene che la GdF scovi), avrebbero avuto così tanto mercato senza che ci fosse stata richiesta da parte di committenti carpigianissimi? E in tal caso, quand'è che anche su questi comincerà a ricadere qualche responsabilità sul progressivo impoverimento di tutta la filiera del contoterzi tessile?
Si fa presto a dire "made in Italy"; comincino i grandi gruppi e i grandi marchi a rendere trasparenti le loro catene di fornitura e i prezzi che vi applicano...

Anonimo ha detto...

I "grandi marchi" comprano tutto all'estero. A volte mandano i campioni, a volte non disegnano neanche le collezioni, ma le prendono "a catalogo". Quando i guru locali della moda, intervistati a pagamento, dicono che "vanno all'estero per ispirarsi", in realtà vanno a comprare le collezioni.

Collezioni che comunque vengono prodotte da lavoratori "in nero" nel loro paese, magari anche più giovani, più sfruttati e sottopagati che qui.

Rimangono i "piccoli" marchi. Per questi, è ovvio che chi assegna il lavoro ai cinesi lo fa cercando di spendere meno, trovandosi di fatto a alimentare quella filiera del "nero" e del "clandestino" che tutti conoscono.

Il bello è che se non ci fosse quella filiera, anche chi sta a monte chiuderebbe, mentre così, sfruttando i costi bassi dei cinesi, qualcosa si salva ancora.

In questo senso, era meglio quando la Borsari asseriva che non "c'erano laboratori clandestini a Carpi".

Però non fate troppo i puristi, magari non avete mai chiesto la fattura al dentista, per non pagare l'Iva (Iva che peraltro non c'è sulle prestazioni mediche)

Amerigo

Lorenzo Paluan ha detto...

Mettiamola così: pagare 2,5€ un "pezzo" che finirà sul mercato a 50, o a 100 è uno strozzinaggio fatto sui subfornitori (italiani o esteri, o stranieri in Italia, che per esperienza professionale vedo lavorare anche per marchi rinomati), che nessuna logica di mercato, per marchi grandi o piccoli, può giustificare, perchè sai che se paghi quei prezzi e pretendi determinati tempi di lavorazione, chi lavora per te non può farlo in regola.
Chi si straccia le vesti per il made in Italy, abbia il coraggio di rendere trasparenti le condizioni economiche che offre lungo la sua filiera, e poi se ne potrà riparlare (e infatti decine di volte questi discorsi cominciano con le associazioni di categoria e poi misteriosamente sono "evaporati" nel nulla).

Il mio dentista mi fa la fattura senza neanche bisogno che gliela chieda, nella mia beata ingenuità continuo a pensare che se uno vuole essere onesto, sforzandosi, ci può riuscire e riuscire anche a camparci.
Ma io sono un vetero moralista.

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